domenica 7 aprile 2013

Recensione: Kvelertak "Meir"

Nel 2010, scoprii per caso una band chiamata Kvelertak.
 
Kvelertak from Stavanger
 
La recensione non diceva molto sul loro debut album, però il nome mi incuriosiva e gli dedicai un ascolto. Fu amore alla prima canzone, un amore che mi portò a consumare il loro disco e ad andare a 2 loro live.
il primo omonimo disco
 
Ci sono voluti 3 anni di attesa spasmodica per poter vedere il continuous di questo felice debut e, finalmente, eccoci qui con il loro nuovo disco, “Meir”, pubblicato da Roadrunner Recors (e Sony per la Scandinavia).
 
Meir

Partiamo subito da una cosa che, in un mondo gestito da mp3, Spotify, Itunes, Amazon ecc. ben pochi guardano ancora… ovvero l’artwork. Come il precedente disco, a creare una stupenda copertina a John Baizley dei Baroness, che cura in maniera stupenda sia la copertina che l’artwork interno. In formato digipack, “Meir” è un disco da avere fisicamente.

Oltre a questo, i Kvelertak hanno pensato ad un’altra cosa (per me) basilare: la produzione. Certamente, i Kvelertak non hanno i problemi delle band emergenti a registrare un suono pulito ma, hanno avuto la capacità di trovare un produttore adatto al loro suono -probabilmente anche perché soddisfatti dal lavoro fatto sul primo disco-, ritornando quindi nello studio di Kourt Ballou dei Converge. Mr. Ballou su questo album riesce a bilanciare perfettamente le parti ruvidi graffianti, con aperture pulite, gestendo in maniera perfetta i suoni dei singoli strumenti. Un lavoro così egregio a cui non riesco a trovare paragoni. Nemmeno l’ultimo disco dei Bring Me The Horizon, che ha una produzione mostruosa, non riesce a rendere così bene.

Ma cosa c’è dentro questo disco? Che canzoni ci sono? Sono valide? Ma certo miei cari lettori, sono più che valide!

I Kvelertak si continuano a presentare un metal, di chiara matrice norvegese, ma contaminato da un sacco d’influenze. La band riesce ad inserire nelle loro canzoni sfuriate Black che mi ricordano molto di Darkthrone o Bathory, passaggi Hard Rock, sfuriate Rock alla Turbonegro, senza dimenticare l’influenza (che hanno tutte le band norvegesi) di Motorhead e Zeke, il tutto mescolato a note Hardcore e Punk. Tutto questo, viene fatto in maniera armonica, senza creare una musica complessa e pastosa ma, piuttosto, a renderla incredibilmente orecchiabile, catchy, frizzante e per assurdo, anche radio friendly (non alle nostre latitudini, ovviamente). Il cantato, anche su questo album, è nella loro madrelingua, il norvegese. Può essere un po’ strano al primo ascolto, ma vi assicuro che per la musica presentata, questa lingua ci può stare. Unico problema è la traduzione dei testi. Con l’inglese di sicuro sarebbe stato più facile.

Il disco parte con l’intro “Åpenbaring”, che mostra subito la capacità di unire chitarre hard rock ad una batteria in blast beats. Per me, questo è stato il miglior biglietto da visita che la band poteva presentare. In genere io non sono amante degli intro, preferisco dischi che partono subito. “Spring Fra Livet” scorre veloce, con melodie hard rock e un po’ Glam, intermezzate da sfuriate in blast beats che sostengono chitarre melodiche e, dal mio punto di vista, è il momento in cui si vede perfettamente la bravura del produttore. “Trepa” è più pesante, tirata, e piace, piace un casino. Ti prende ti coinvolge e ti viene di riascoltarla più e più volte. Subito dopo ecco il singolo “Bruane Brenn”, song trovatissima e molto friendly.
copertina del singolo
 
La successiva “Evig Vandrar” scorre bene per poi arrivare alla mia preferita “Snilepisk”, per poi passare al secondo singolo “Månelyst” finendo poi con un trittico di canzoni che sfiorano la media di 6 minuti, ovvero “Nekrokosmos”, “Undertro”, “Tordenbrak” (8.53 minuti di delirio). Io non amo le canzoni molto lunghe, vi dico la verità, sono abituato a massimo 3 minuti e mezzo, sarà forse per l’affezione che ho al punkettino anni 90, 2 minuti e 20 di canzone, 4 note e via, passa la paura. Ma qui le canzoni sono così ben fatte, amalgamante nei vari cambi di genere, nell’aver trovato riff perfetti e nella produzione geniale (provate a sentire la conclusione di “Nekrokosmos”, una sorta di outro e d intro per la successiva “Undertro”).

Il disco si conclude con “Kvelertak” che conclude un cd da 10 e lode!

Risultato: 11 canzoni e 49 minuti di puro godimento. Se questa band riuscirà a mantenere questa capacità compositiva, avendo già superato la “prova del 9” (il secondo album), penso che potranno toccare vette molto alte nel campo della musica metal. Grandi Kvelertak.

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